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Non abbiamo "orrore" delle istituzioni


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"Non abbiamo orrore delle istituzioni", "non abbiamo scelto di stare fuori dalle istituzioni, ma abbiamo perso le elezioni". Come un raggio di sole che tenta di penetrare dentro una nube scura e minacciosa, le parole di Emma Bonino non sono arrivate fino alla platea dei trecento tesserati giunti da ogni parte d'Italia, non sono riuscite ad illuminare la loro mente, a riscaldare di nuovo calore i loro cuori, a squarciare le nubi e a mostrare orizzonti nuovi. Eppure proprio di questo avevano bisogno quei trecento tesserati in servizio permanente effettivo in tante nobili battaglie radicali, sempre pronti a rispondere agli appelli del loro leader storico Marco Pannella. Tanti, tantissimi altri radicali a Roma non sono andati: forse perchè le previsioni del tempo davano cielo nuvoloso sul congresso, forse perchè il rito congressuale non riesce più a far rivivere le magiche atmosfere delle elezioni europee del 1999, non riesce più a far scorgere qualcosa di nuovo al di là della pura conservazione di una linea politica sempre uguale a se stessa e, con essa, della conservazione di una classe dirigente sempre uguale a se stessa ed al proprio leader carismatico, una classe dirigente di replicanti di quel leader. Le elezioni europee premono di nuovo, quelle amministrative anche; neppure le elezioni politiche del 2006 sono tanto lontane.

Emma Bonino
"Non abbiamo scelto di stare fuori dalle istituzioni, ma abbiamo perso le elezioni": ecco la verità semplice di Emma Bonino e il suo monito a lavorare nel partito e con la gente affinchè i radicali possano tornare nelle istituzioni. Benedetto della Vedova, il capro che Pannella ha sacrificato sull'altare della conservazione radicale, ha raccolto l'invito della Bonino, proponendo al partito di "sporcarsi le mani" nel dialogo con i due schieramenti di destra e di sinistra, per trovare accordi elettorali capaci di mandare qualche radicale in Parlamento. Ma anche la sua proposta di resa al "bipolarismo" è stata stroncata dai voti congressuali; è passata la linea conservatrice dei "puri e duri", quella del "radicali o niente". Eppure, il monito della Bonino era chiaro: senza una strategia elettorale non si entra nelle istituzioni: non vi si entra - aggiungo io - per quell'unica porta che la democrazia lascia aperta, anche alle formazioni politiche di minoranza ed anche in un sistema "bipolare" di cartelli elettorali e di ammucchiate di partiti: la porta del voto dei cittadini.

Il monito della Bonino doveva spianare al congresso la via di una discussione seria ed approfondita sul perchè i radicali nel 2001 hanno perso le elezioni, ma così non è stato. Ben inteso, una sconfitta che non pesa solo sui radicali ma pesa tutta intera sui liberali italiani, anche di quelli che nelle istituzioni ci sono - grazie agli accordi auspicati da Della Vedova - ma che la Bonino ha giustamente accusato di aver trovato il loro aventino dentro quegli schieramenti; un aventino che li fa essere assenti proprio su quelle grandi battaglie di libertà e di laicismo che sono estranee agli schieramenti che li ospitano nelle istituzioni. E allora, se la linea dei "puri e duri" non paga elettoralmente; se non paga neppure la linea dello "sporcarsi le mani" con la destra e la sinistra, l'unica strada alternativa e vincente è proprio quella che la Bonino ha indicato per il Parlamento europeo. E' la strada che passa attraverso accordi con altre formazioni liberali, dai repubblicani a quell'Italia dei Valori che ha fatto i salti mortali per far sì che i sette parlamentari radicali potessero entrare nel gruppo liberale al Parlamento Europeo. E' una strada che passa per l'incontro, il dialogo e la collaborazione con tutte quelle formazioni politiche liberali che in Italia sopravvivono, magari non nelle elezioni politiche nazionali, magari tra infiniti stenti, magari solo negli enti locali, ma sopravvivono.

Il dibattito politico sulla strategia elettorale è stato il grande assente al congresso radicale. La casa radicale oggi ha il tetto, rappresentato da sette parlamentari europei, ma sotto quel tetto la casa è fatiscente, rischia seriamente di crollare nella prossima primavera. Non serve qualche puntello. Serve ricostruirla più ampia e più salda di prima. Per questo non mi stancherò mai di dire che ogni casa, che si rispetti e che vuole durare nel tempo, non va ricostruita dal tetto ma dalle fondamenta. La casa dei liberali va ricostruita partendo dagli enti locali, dalla valorizzazione dell'impegno dei gruppi radicali, presenti sul territorio, anche sulle tematiche locali perchè non abbiano "orrore" delle istituzioni locali che in tutte le democrazie che si rispettano ne sono il tessuto connettivo. Quella casa non possono costruirla i radicali da soli: devono farlo passando attraverso l'incontro, il dialogo e la collaborazione con tutti i liberali.

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